La crisi dello Stretto di Hormuz rischia di trasformarsi in una nuova emergenza alimentare globale, con gli effetti più pesanti destinati a ricadere sulle economie più fragili dell’Africa e dell’Asia. A lanciare l’allarme è il sottosegretario generale delle Nazioni Unite e direttore esecutivo dell’UNOPS Jorge Moreira da Silva, sottosegretario generale delle Nazioni Unite e direttore esecutivo dell’UNOPS (Ufficio delle Nazioni Unite per i servizi ed i progetti), intervenendo davanti agli eurodeputati della commissione Affari esteri del Parlamento europeo per illustrare il lavoro della task force ONU incaricata di individuare un meccanismo che consenta il transito sicuro e prevedibile delle merci attraverso lo Stretto.
Nel suo intervento, Moreira da Silva ha ricordato l’importanza strategica del Golfo per le forniture globali strategiche che forniscono energia e cibo a gran parte del mondo. Dalla zona bloccata a seguito della guerra contro l’Iran scatenata da Israele e Stati Uniti lo scorso 28 febbraio proviene infatti il 38% del greggio, il 33% dei fertilizzanti e il 20% del gas che alimentano i mercati mondiali. Una concentrazione che rende Hormuz uno dei principali punti di vulnerabilità delle catene globali di approvvigionamento e che, a suo giudizio, impone di guardare oltre il solo impatto sui mercati energetici.
“L’energia è ovviamente una dimensione critica, ma è molto importante tenere conto anche della sicurezza alimentare”, ha sottolineato. È proprio quest’ultimo aspetto, secondo il responsabile ONU, a essere stato finora “in qualche modo trascurato” nel dibattito internazionale.
Le stime delle agenzie internazionali confermano la rilevanza del problema, anche se le percentuali variano a seconda della base statistica utilizzata. UNCTAD calcola che attraverso Hormuz passi circa un terzo del commercio marittimo mondiale di fertilizzanti, pari a circa 16 milioni di tonnellate, mentre la FAO indica nel Golfo l’origine del 30-35% dell’urea mondiale, del 20-30% dell’ammoniaca e di circa metà delle esportazioni globali di zolfo.
Il problema, ha spiegato Moreira da Silva, è che alcune delle economie maggiormente dipendenti dai fertilizzanti provenienti dal Golfo figurano anche tra le più vulnerabili del pianeta. Sudan, Somalia, Mozambico e Tanzania, secondo i dati richiamati dal sottosegretario generale, dipendono per una quota compresa tra il 50 e il 60% dalle forniture provenienti dalla regione.
La prima conseguenza è stata l’aumento dei prezzi dei fertilizzanti. La seconda, meno immediatamente visibile, è la riduzione del loro utilizzo da parte degli agricoltori. “A causa dei prezzi e della scarsità stiamo già assistendo a una diminuzione della produttività agricola”, ha avvertito Moreira da Silva.
Ed è proprio il ritardo con cui gli effetti si trasferiscono dai fertilizzanti ai raccolti a rappresentare, secondo il funzionario ONU, uno dei maggiori rischi. A differenza di un’interruzione delle esportazioni di cereali, che tende a riflettersi rapidamente sui prezzi alimentari, una carenza di fertilizzanti produce conseguenze mesi più tardi, quando i raccolti risultano inferiori.
“Il fatto che vi sia un ritardo non deve portarci a trascurare il problema”, ha ammonito.
Il World Food Programme ha stimato che la crisi mediorientale potrebbe spingere 45 milioni di persone in più verso livelli acuti di insicurezza alimentare, portando il totale nei Paesi analizzati da 318 a 363 milioni nel corso del 2026. La proiezione considera l’impatto più ampio della crisi, in particolare attraverso l’aumento dei prezzi energetici e alimentari, e non soltanto la scarsità di fertilizzanti.
Separatamente, il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo ha calcolato che, nello scenario più grave, la crisi mediorientale potrebbe spingere fino a 32 milioni di persone nella povertà in 162 Paesi. Le economie più esposte sono quelle del Golfo, dell’Asia, dell’Africa subsahariana e i piccoli Stati insulari, soprattutto dove i governi dispongono di uno spazio fiscale limitato per compensare l’aumento dei prezzi.
Per evitare che questo scenario si materializzi che il segretario generale dell’ONU António Guterres ha affidato a Moreira da Silva il coordinamento di una task force composta da UNOPS, UNCTAD, Organizzazione marittima internazionale e Camera di commercio internazionale. L’obiettivo è realizzare un meccanismo temporaneo ed eccezionale capace di garantire un transito “ordinato, sicuro e prevedibile”, inizialmente per fertilizzanti e materie prime collegate.
Moreira da Silva ha insistito sul fatto che il progetto non intende sostituire la piena libertà di navigazione nello Stretto, né anticipare il risultato dei negoziati politici.
“Non stiamo presentando questo meccanismo come un’alternativa alla libertà di navigazione”, ha spiegato. Il messaggio alle parti è piuttosto quello di proseguire il negoziato complessivo senza attendere però un accordo definitivo prima di permettere almeno il passaggio dei fertilizzanti.
Il sistema sarebbe relativamente semplice. Le compagnie di navigazione registrerebbero preventivamente le richieste di transito. Un centro congiunto di coordinamento a Salalah, in Oman, gestirebbe la deconfliction con le parti coinvolte e indicherebbe alle navi una rotta sicura. Una volta raggiunto il porto di destinazione, personale incaricato effettuerebbe attività di monitoraggio e verifica, con la possibilità di procedere a ispezioni qualora necessario. Le navi verrebbero inoltre seguite durante il viaggio attraverso coordinate GPS e sistema AIS.
Il modello trae ispirazione da tre precedenti delle Nazioni Unite: il meccanismo UN2720 utilizzato per gli aiuti a Gaza, il sistema UNVIM per le navi dirette verso lo Yemen e la Black Sea Grain Initiative che aveva consentito l’esportazione di prodotti agricoli ucraini attraverso il Mar Nero.
Anche la scala dell’operazione sarebbe, secondo Moreira da Silva, gestibile. Prima dell’interruzione transitavano attraverso Hormuz circa 130 navi al giorno considerando energia, fertilizzanti e prodotti petrolchimici. Per garantire il flusso dei soli fertilizzanti sarebbero invece sufficienti, secondo i dati presentati all’Eurocamera, tra tre e sette navi al giorno.
“Non stiamo chiedendo qualcosa di estremamente difficile”, ha osservato. “Il meccanismo è piuttosto semplice e non stiamo parlando di un numero significativo di navi”.
L’ostacolo, quindi, non sarebbe tecnico ma politico. Moreira da Silva ha riferito di aver ottenuto un sostegno molto ampio tra gli Stati membri delle Nazioni Unite, tanto all’Assemblea generale quanto al Consiglio di sicurezza, ma ha riconosciuto che manca ancora il via libera necessario da parte delle due parti direttamente coinvolte nel conflitto. I contatti diplomatici proseguono “ogni settimana” con i protagonisti della crisi, i Paesi del Golfo, gli Stati Uniti, l’Iran, l’Unione europea e diversi Stati membri. Dal punto di vista operativo, invece, l’ONU sostiene di essere già pronta.
“Dal momento in cui riceveremo il mandato politico, al mio team serviranno sette giorni per dispiegare gli osservatori sul terreno e garantire il transito dei fertilizzanti”, ha assicurato Moreira da Silva.
Il tempo, però, resta il fattore decisivo. “La stagione della semina e la diplomazia non hanno gli stessi cicli”, ha concluso il sottosegretario generale. I negoziati possono durare mesi, mentre l’agricoltura segue scadenze che non possono essere rinviate. Ed è proprio questo, secondo Moreira da Silva, il motivo per cui la comunità internazionale non dovrebbe aspettare la soluzione dell’intera crisi per permettere almeno ai fertilizzanti di tornare a passare attraverso Hormuz.
[a cura di Simone Cantarini]

